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martedì 29 luglio 2014

29 Luglio 2014
di Gianbattista Tagliani @gian2910

Sull'homepage del Corriere della Sera online, di oggi 29 Luglio 2014 Manuele Bonaccorsi aggiorna i lettori sulla vicenda della messa in liquidazione de L'Unità testata storica del PCI prima e DS poi, fondata da Antonio Gramsci. 
Bonaccorsi riporta la notizia che nei giorni scorsi il tribunale civile di Roma ha emesso tre ingiunzioni di pagamento per una somma complessiva di circa € 110 milioni (al netto degli interessi di mora) a favore di alcune banche (BNL, Intesa San Paolo e Banca Popolare). 
Il "debitore"destinatario delle ingiunzioni? Palazzo Chigi.
Non ci sarebbe alcuna notizia se non fosse che il debito da sanare non è stato prodotto dal Governo ma dalla testata fondata da Gramsci.
Palazzo Chigi è incappato in quest'inattesa grana in ragione di un provvedimento promulgato del governo presieduto da Romano Prodi nel 1998.
Fino a quella data lo stato era garante dei debiti della testata ma dopo quella data è stata concessa la facoltà di trasferire i debiti anche a soggetti diversi dalla società editrice qualora i soggetti creditori non riuscissero a recuperare le somme dai debitori originari. In sintesi, non riuscendo le banche a farsi restituire i soldi dall'editore, hanno potuto rivolgersi a chi garantiva i debiti, che a causa del provvedimento citato poco fa, diventava garante in solido, quasi la garanzia fosse una fideiussione a prima escussione. 
Diverse sono le anomalie che si riscontrano. 
La prima è che lo stato si faceva garante dei debiti accumulati dalla testata e non di somme impegnate a titolo di investimento. Oggi infatti ci sono diversi fondi di garanzia pubblici in favore di imprese private. Ma non garantiscono i debiti accumulati nel tempo. Garantiscono dei prestiti, concessi dalle banche ed ottenuti dalle imprese per lo sviluppo dell'attività.
Se poi l'impresa non è in grado di far fronte all'impegno assunto lo stato garantisce le banche erogatrici. 
L'anomalia sta nel fatto che se con i fondi di garanzia lo stato si impegna a sostenere un impresa che vuole innovare o potenziare la produzione, nel caso de L'Unità lo stato ha finito per condonare la sua cattiva gestione.
La seconda anomalia sta nel fatto che L'Unità, come molte altre testate beneficia dei contribuiti all'editoria. Che non sono finanziamenti garantiti ma iniezioni di risorse a fondo perduto. Lo stato agisce come fosse un socio che fa un aumento di capitale, pur non avendo nessuna responsabilità giuridica nei confronti dell'editore, tanto meno alcun potere gestionale o di indirizzo. 
E questi non sono i soli contributi a sostegno del settore. 
Ogni anno lo stato versa alle Poste una cifra attorno ai € 50 milioni a titolo di compensazione per le agevolazioni che le poste concedono agli editori per la distribuzione delle copie. 
L'Unità ha ottenuto nel periodo 2003 - 2012 (su Governo.it non sono disponibili dati relativi agli anni antecedenti il 2003) contributi per un totale di quasi € 60 milioni.
D'impulso viene da chiedersi come può un giornale che nel 1974 aveva una tiratura di 239.000 copie andate via via calando fino alle 21.000 del 2014, che ha beneficiato di cospicui contributi pubblici e che ha venduto, come tutti, spazi pubblicitari sulle proprie pagine, accumulare un debito così ingente.
Anche perché non sono mancati gli interventi di investitori privati che hanno immesso, nel tempo, nuovi capitali oltre quelli del partito.
Nel 1997 Alfio Marchini (rampollo di una nota famiglia di costruttori romani, recentemente protagonista della corsa alla poltrona di Sindaco di Roma) e Giampaolo Angelucci (Presidente di Tosinvest dove tra gli altri dal 1986 lavora il fratello dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, imprenditore della sanità oltre che dell'editoria con Il Riformista e Libero) entrano nel capitale del giornale. 
L'Unità era già indebitata ma l'iniziativa di allegare film in cassetta  all'edizione del sabato aveva riequilibrato i conti.
Paradossalmente poi quest'idea fortemente innovativa per l'epoca è stata pregiudicata proprio dalle due testate "amiche" Repubblica e l'Espresso che l'hanno replicata con altrettanto successo, ma a spese dell'Unità. 
Buffo che proprio sulle colonne di Repubblica Michele Serra nel 1998, parlava di "delitto perfetto" ignorando che la causa della crisi de L'Unità potesse esser proprio il suo giornale. 
Sempre nel '98 la redazione composta da 123 (!!!!) giornalisti si è addirittura autoridotta lo stipendio pur di salvare la testata. 
E' poi il turno dell'imprenditore Alessandro Dalai che lasciata l'Einaudi dopo il successo (però sgradito allo stesso Giulio Einauidi) de "Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano" di Gino e Michele, grazie al successo dopo aver rilevato la Baldini e Castoldi, riunisce un gruppo di imprenditori per cercare di salvare L'Unità.
Nel 2007 l'assemblea dei soci respinge il tentativo di scalata dell'ex socio Angelucci (per difendere la coerenza ed il radicamento della testata), e nel 2008 è la volta di Renato Soru, fondatore di Tiscali ed al momento Presidente della Regione Sardegna (fu sollevata la questione conflitto d'interessi ma non ne segui nulla). Da quella data ad'oggi i bilanci de L'Unità non sono però migliorati e l'11 Giugno scorso la società editrice è stata formalmente messa in liquidazione. 
 E' la storia di un'importante quota del patrimonio storico nazionale che è ad un passo dall'esser chiusa. 
Un centinaio di lavoratori, di Persone sta per perdere il proprio lavoro. 
Paradossalmente queste stesse persone dovranno contribuire a pagare i debiti accumulati nel tempo dagli editori, dato che sarà lo stato a dover farvi fronte. Eppure a nessuno degli editori è contestato alcunché. 
Senza dubbio un sistema fondato su contributi a fondo perduto stimola tutto fuorché un'accorta e sana gestione. Il Fatto Quotidiano ne è la prova più lampante. Un giornale può e deve fare a meno dei contributi. Nessun altro settore privato gode di analoghi benefici. Tante sono le imprese, illustri e rilevanti quanto L'Unità sono state fatte fallire nell'indifferenza generale e di conseguenza tanti sono stati i seri e fedeli lavoratori che hanno perso il posto. 
E' inaccettabile che esistano soggetti privilegiati che sono finanziati a fondo perduto per produrre, incassano i proventi della pubblicità e godono di agevolazioni nella distribuzione del loro prodotto e da ultimo, se mal gestiti garantiti in nome di un principio. E' altrettanto inaccettabile che questa vicenda sia ancora una volta il prodotto della commistione fraudolenta tra politica ed imprenditoria privata che poi di privato finisce di aver ben poco. 
Sarà forse dovuta alle tre ingiunzioni la litigata tra il premier Renzi e suo "fratello" Luca Lotti sottosegretario con delega all'Informazione e Comunicazione del Governo e all'Editoria?
Nel 1991 L'unità ha cambiato il proprio sottotitolo da "Quotidiano del Partito Comunista" a "Quotidiano fondato da Antonio Gramsci".
Perché non pubblicare gli ultimi numeri prima della chiusura con il sottotitolo "Quotidiano sostenuto e pagato dal popolo italiano"?

L'Unità è il nostro giornale

By: Unknown on: 08:56

lunedì 26 maggio 2014

26 Maggio 2014
di Gianbattista Tagliani @gian2910

Parafrasando Remarque, il voto 2014 per il Parlamento Europeo, si potrebbe sintetizzare con un "Niente di nuovo sul fronte occidentale". Osservando i risultati del blocco atlantico dell'UE, i risultati attesi sono stati confermati. Solo l'Italia, dove era atteso un testa a testa PD-M5S, abbiamo assistito ad una "sorpresa".
In Francia, sommando i risultati dei due partiti d'area (UMP e FN), seppur non in coalizione, si consolida il centrodestra. L'UMP fa segnare il risultato peggiore perdendo 7 punti percentuali rispetto al 2009. I Socialisti, all'Eliseo oggi, considerando gli scandali che hanno coinvolto e coinvolgono il Pres. Hollande hanno lasciato per strada il 2.5% toccando il minimo storico. Marine Le Pen invece è riuscita a rastrellare più di 11 punti percentuali agli altri partiti oltre ai 7 persi dall'UMP. 
In Spagna i due partiti principali PP e PES hanno perso quasi la metà dei consensi ottenuti le 2009 ma hanno mantenuto invariato l'assetto parlamentare. 

Va segnalata però la crescita del fenomeno indipendentista Catalano che ha portato la Sinistra Repubblicana di Oriol Junqueras a triplicare la percentuale di voto. In Germania si è verificato l'opposto che in Spagna. I due principali partiti la CDU di Angela Merkel ed il PES di Martin Schultz sono cresciuti di oltre 6 punti . Il partito Pirata che tanto aveva stuzzicato gli analisti politici è invece rimasto al palo; +0,5% rispetto al 2009 ma 1.4% il risultato finale. L'Italia merita un approfondimento maggiore perché è il paese dove la sfida sembrava più aperta, dove si attendeva una fuga a due di PD e M5S. Invece sorprendendo molti ma non tutti è andato in fuga solo il PD di Matteo Renzi. Il Partito del Nazareno infatti è cresciuto di oltre 13 punti percentuali.
Il dato del centrodestra è sostanzialmente conforme alle attese tenuto conto delle vicende interne ai partiti. La Lega fa registrare un piccolo miracolo, superando lo sbarramento nonostante gli scandali dello scorso anno avessero quasi azzerato il partito e la visibilità mediatica sia stata piuttosto contenuta (Vedi rapporto Canale Tre su Leader e TG link ) e facendo registrare a Matteo Salvini il record di preferenze assieme a Raffaele Fitto (FI). Il risultato italiano diventa molto rilevante se letto attraverso il filtro dei giochi di potere tra potenze continentali. 
La Germania, potrebbe trovare nell'Italia, prossimo presidente di turno, il nuovo partner forte dopo la travolgente perdita di peso specifico del governo del francese Hollande.

Europee 2014; risultati e scenari

By: Unknown on: 04:12

venerdì 7 marzo 2014

11 Febbraio 2014
di Gianbattista Tagliani @gian2910

Da quando si è insediato a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha adottato uno stratagemma comunicativo molto efficace quanto astuto. Fino ad oggi il politico medio italiano, di fronte ad una contestazione, rispondeva con formule tipo “chi mi ha preceduto non ha fatto/detto che cose sbagliate e per questo sono fortemente penalizzato” oppure “appena insediato ho scoperto un buco di bilancio” ecc. In altri termini si deresponsabilizzava caricando tutte le colpe del caso su altri. Questo, in seguito, s’è rivelato essere uno dei principali fattori che ha determinato l'attuale frattura tra società civile e classe politica. Il cittadino ha presto smesso di credere a quelle che suonavano sempre più come scuse ed ha finito col disaffezionarsi alla politica. Matteo Renzi invece ha adottato un nuovo vocabolario, un vocabolario molto più "smart" anche se in termini strettamente logici, di dubbia correttezza. Ci sono stati già diversi episodi in cui venivano contestati dei fatti, direttamente al premier o ad altri membri del suo governo. La contraddizione per aver scalzato Enrico Letta, dopo aver dichiarato che non lo avrebbe fatto mai, assolutamente mai. O ancora il caso Gentile, per cui la stampa ha evidenziato l'anomalia della richiesta di dimissioni per il neo sottosegretario NCD, ma non degli altri 4 sottosegretari indagati, riproponendo la cosiddetta questione del doppio pesismo del PD nell'applicazione del codice etico.
Di fronte a queste contestazioni Matteo Renzi ha saggiamente optato per non rispondere secondo costume. Invece che auto assolversi ha piuttosto ribaltato il concetto, concentrando l'attenzione sulla propria figura. Con passione invita l'interlocutore a non polemizzare ma piuttosto a sostenerlo perché è nell'interesse di tutti che abbia successo. Ragionevole, concreto, pragmatico. Rimanendo su un piano prettamente logico, questo atteggiamento sottintende, però, la probabilità che i suoi predecessori non abbiano fallito per colpe proprie ma perchè non adeguatamente sostenuti dalla cittadinanza. Anche se il vero sottinteso è che chi lo ha preceduto non ha mai lavorato in quello di tutti ma solo nel proprio, di interesse . Al di la dei rilievi tendenzialmente manichei di chi, come me, vive monitorando, ascoltando, analizzando ogni parola dei nostri politici, il new deal linguistico inaugurato da Matteo Renzi ha un notevole effetto motivante sulla popolazione. Gli Italiani, per quanto sostengano sistematicamente il contrario, hanno sempre privilegiato le forti personalità, quelle capaci di caricarsi sulle spalle il gruppo e di portarlo alla vittoria. Berlusconi ha rappresentato questa figura per anni prima che si auto delegittimasse con comportamenti pubblici e privati troppo compromettenti. Renzi, che tutto è meno che uno sprovveduto, ha studiato molto nell'ultimo lustro. Ha saputo prendere quello che di buono è stato fatto in passato, aggiungendoci la propria ricetta e l'ha presentato con un dizionario nuovo, il Renzionario.

Lo stratagemma di Matteo: il Renzionario

By: Unknown on: 06:39

mercoledì 19 febbraio 2014

19 Febbraio 2014
di Gianbattista Tagliani @gian2910

E’ ora. E’ ora che il premier incaricato Matteo Renzi tiri fuori gli attributi. L’incontro farsa con Beppe Grillo, ennesimo show sproloquio dell’ex comico (ex perché non fa più ridere), offre a Renzi un’opportunità notevole. Nonostante gli iscritti al M5S avessero espresso, a maggioranza, la volontà che il partito aprisse  un canale di comunicazione con il governo nascente, il loro leader, applicando italicamente i principi fondanti la democrazia, se n’è fregato e pur accomodandosi al tavolo, ha negato l’apertura di un qualsivoglia canale. Uscendo dall’incontro per altro, Grillo ha confermato che a suo giudizio sia impossibile dialogare con questo sistema, per chi questo sistema vuole distruggere.  L’opportunità di Renzi è dunque quella di poter dimostrare la sua leadership con autorevolezza. 
In Italia s’è sempre equivocato sul concetto di democrazia. Si è sempre creduto che democratico fosse un provvedimento che non scontenta nessuno e che favorisce tutti o quasi. 
Democrazia invece vuol dire che in una comunità di 100 persone, se 51 vogliono una cosa (eventualmente anche penalizzante la minoranza ma chiaramente nel rispetto della legge), il soccombente 49 la accetta e subisce. 
L’incontro di oggi è la dimostrazione che forse, l’ingresso a Chigi senza passare dal voto , potrebbe rivelarsi  un azzardo eccessivo per Matteo Renzi. Una legittimazione elettorale avrebbe garantito una forza d’urto decisamente maggiore alle sue iniziative. Ma ormai la frittata è fatta ed il Sindaco deve agire. 
In Italia serpeggia uno strumentale quanto ipocrita pregiudizio sulle figure autorevoli perché sistematicamente confuse, in ragione dell’invidia, con quelle autoritarie o dispotiche. Matteo Renzi, la cui autorevolezza può esser minata dalla mancata legittimazione elettorale ha ora la grande occasione di affermarla attraverso la propria iniziativa politica. E’ troppo alto il rischio che ci si impantani ancora una volta sul dibattito sui mille “forse non avrebbe dovuto”, “i retroscena consiglierebbero una riflessione approfondita”, ecc. 
A Milano si dice: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. E pedala senza guardarti indietro Matteo, punta un obiettivo e conquistalo, senza proclami o frenetiche ricerche del consenso preventivo. A nessuno interessa lo scadenziario delle riforme. Che ci si dica che la legge elettorale o la riforma dello statuto dei lavoratori si farà in Febbraio o in Marzo non importa a nessuno. La gente è abituata e nauseata dallo Stato che promette e non mantiene, dalla PA che dice che paga i fornitori e poi non lo fa.  Il premier incaricato eviti perdite di tempo come quella di oggi con Beppe Grillo.
Non c’è nessun obbligo morale, tantomeno legale a parlare con chi ti insulta e ti considera illegittimo. Se Renzi riesce a costruire una maggioranza si impegni senza sosta a realizzare gli obiettivi della stessa, e se la legge elettorale la si facesse a Maggio non credo che nessuno si straccerebbe le vesti. 
Ma intanto, almeno una cosa, facciamola. 

Ora Renzi "scateni l'inferno"

By: Unknown on: 05:47

martedì 3 dicembre 2013

3 Dicembre 2013
di Gianbattista Tagliani @gian2910

Il 29 Novembre 2013 si è svolto il confronto tv tra i candidati segretari del PD per le primarie 2013.
Il confronto è stato ospitato da Skytg24 (sul digitale terrestre su Cielo) e si è svolto secondo un canovaccio piuttosto ingessato preventivamente concordato tra i concorrenti. 
L'esito?
Più o meno all'unanimità non è stato riconosciuto alcun vincitore quanto al merito del dibattito. I dati relativi al dibattito come evento mediatico invece sono più significativi ma analisti della comunicazione e appassionati della politica hanno di che preoccuparsi. 
Inevitabilmente si è confrontato il dato del dibattito del 29 Novembre con quello del precedente confronto tv del 12 Novembre 2012. In quella circostanza i concorrenti erano di più, con caratteristiche individuali più marcate ed espressione di diversi partiti del centro sinistra. Renzi, Bersani, Puppato per il PD, Tabacci del Centro Democratico e Vendola di SEL.
I dati d'ascolto, in quell'occasione furono:  1.842.000 spettatori complessivi (663.000 su Skytg24 e 1.159.000 su Cielo) per uno share del 6.42% (2.5% su Sky e 3.92% su Cielo).
Da un anno all'altro il confronto tv ha perso oltre metà dell'ascolto (758.000 totali contro 1.842.000) e di share (2.67% contro 6.17%).
Il dato più significativo però è quello relativo ai social media. Qui di seguito sono riportati i dati di monitoraggio dell'hashtag #IlConfrontoPd dalla sera della diretta al compimento del 3 giorno successivo. 
Sono dati davvero sconfortanti.


29.000 post ad opera di quasi 14.000 utenti sono davvero poca cosa se si vuole considerare i social network come capaci di spostare voti. D'altronde se si tiene conto del numero di tweets e followers dei candidati non c'è di che sorprendersi. 
Renzi ha 690.892 followers ed ha twittato 3.359 volte. Civati ha meno followers ma è molto più comunicativo (113.291 followers e 17.332 tweets). Cuperlo insegue a distanza siderale in quanto a followers (19.403) e post (851 tweets).
E' vero che si deve pur cominciare da qualche parte e che quello social è un fenomeno "nascente" in Italia ma il peso specifico della comunicazione politica su queste piattaforme appare ancora troppo leggero.  

L'insostenibile leggerezza dei Social

By: Unknown on: 08:13

sabato 30 novembre 2013

30 Novembre 2013
di Gianbattista Tagliani @gian2910

Riporto lo scambio epistolare seguito al confronto televisivo tra i candidati alle primarie PD.

(N.): Io cerco di scindere il"quello che dicono" dal "come lo dicono". Per cui cerco sempre di rileggere il giorno dopo le dichiarazioni fatte in tv.
 Per esempio se vi mettere a LEGGERE cosa dice Grillo la più parte delle volte troverete un cumulo di cazzate che sentendolo vi erano sfuggite (in quanto lui le racconta bene). Che poi la gran parte degli ascoltatori si faccia influenzare da come le cose sono dette e un fatto indiscutibile.
Cio' premesso. I miei commenti su cosa hanno detto.
Cuperlo odora di vecchio PCI e le sue idee in gran parte le trovo vecchie ma e garbato e colto e quindi puo' piacere. Ma non alla base ex PCI.
Civati piace perche' è concretamente brianzolo (come del resto era il giovane Berlusca,ora non piu') ma si illude che facendo le elezioni presto il PD, anche con una legge elettorale nuova il PD le vinca e invece non si consegni l'Italia al ricatto dei due psicopatici.
Renzi. Resta il piu' concreto (anche se Crozza la pensa diversamente) in quanto le tre cose che dice di voler fare (via il Senato, via le provincie,nuova legge elettorale (quale?) dovrebbero trovare il consenso di Alfano e soci e tirare avanti un altro anno con Letta e presentarsi agli elettori con qualche risultato che adesso non c'è.
Cosa ne pensate?

(C.): Mio caro notista politico, vedo che anche tu ti sei dilettato del pd show di ieri sera. Nonostante io sia appassionata della “porca politica” sono riusciti ad annoiarmi.
Le formule, le tempistiche, lo studio dei palinsesti (il venerdì aumenta lo share) trucco e parrucco dei competitors, concetti? Zero.
 Io sono rimasta ancorata alla Politica delle idee, non degli slogan.
Renzi  era imbarazzato, ormai definitivamente affermato e acclamato dal sistema mediatico. E’ presuntuoso e avrà brevissima vita politica anche grazie a King Geroge.
Civati è simpatico e dice anche cose politiche precise, ma ricorda che io sono cattolica apostolica e “conservative” e alcune cose dette dal giovane Pippo mi sconcertano, per fortuna l’anagrafe e i malanni mi impediranno di vederle.
Per finire Cuperlo, intelligente e colto, allevato alla corte di D’Alema, ha contratto la stessa antipatia del suo maestro, ha quell'aria di superiorità mitteleuropea non adatta per i calabresi, sardi, o pugliesi. Purtroppo l’Italia è una e solo una. Lo voterò, sai che io sono sempre per il contrario, compreso per la logica.

(G.): Caro N., rispondo prima a te perche' con il "terzo lato del triangolo" ho già parlato a voce!
Ieri ti ho parlato di un crescente convincimento sull'opportunità che sia Civati a guidare il Pd e Renzi un prossimo governo (e parlo a titolo personale, non in veste di osservatore che cerca di prevedere cosa accadrà).
In Renzi c'è molto dell'Obama primi tempi, quello accattivante, brillante, dotato di una notevole disinvoltura dialettica (sostenuta da trucchetti che non amo molto ma funzionano, tipo non guardare mai negli occhi l'interlocutore), quello carismatico/iconografico. Ma c'è anche molto del secondo Blair, quello più self confident, concreto (quasi cinico) e cool. Se a questo aggiungi un tocco di Italianità elitaria ma che piace anche alle mamme/nonne, il potenziale è enorme.
Ma c'è anche un grosso rischio che è l'altra faccia della medaglia delle sue qualità: Renzi è un accentratore, un catalizzatore e dunque per sua stessa natura un potenziale fattore di frattura, come lo è stato Berlusconi.
 Prima di dirti degli altri due però devo tirare una riga.
Renzi parla come se l'8 si votasse per Chigi. Renzi ha detto che dopo l'8 il governo dovrà cambiare rotta. Non ha detto "Nascerà un nuovo PD". E' abbastanza evidente che in quanto a scelta di tematiche da mettere sul tavolo ed al modo di trattarle, Renzi giochi su un piano diverso dagli altri due. E questo rafforza ancora di più la sua posizione perche' in fin dei conti alla massa di quello che succederà al PD importa davvero poco.
Tornando ai due "veri" concorrenti per la segreteria, o forse agli unici cui interessa diventare segretari per fare i segretari, Civati mi sembra quasi sincero quando parla (e qui la sparo grossa lo so). Mi sembra soprattutto uno consapevole della realtà italiana e soprattutto del partito. E' un provocatore simpatico e anche l'unico, finora, che si è esposto in un'occasione, non celebrativa o mediatica (Leopolda o simili), ma ostica e spinosa come la sfiducia alla Cancellieri. Renzi è stato più abile tatticamente perche' per primo ha detto "fossi la Cancellieri, darei le dimissioni", ma nulla ha detto prima che la si votasse, sulla sfiducia.
Cuperlo è gradevole per quello che dice e per certi versi anche per come lo dice. E' però quel tipo di blasee che 3/4 di Italia non ha mai conosciuto e molti di quell'ultimo quarto si stanno scordando di cosa significhi esserlo.
No comment la voce di Cuperlo che secondo me è un vero e proprio handicap per lui.
Chiudendo, con un commento anche al "terzo lato del triangolo".
Ho la sensazione che si stia ripetendo per l'ennesima volta quella diabolica catena d'eventi gravi, storici, congressuali, finanziari, parlamentari, borsistici ecc, che ci porterà......nowhere.
Ma ci permetterà di rimandare ancora tutto in attesa che qualche manna dal cielo caschi sui cieli italici.

Confronto PD. Commenti epistolari

By: Unknown on: 09:15

lunedì 30 settembre 2013

di Gianbattista Tagliani @gian2910

La scelta di Silvio Berlusconi di spingere i "suoi" ministri alle dimissioni dal Governo guidato da Enrico Letta sta generando una complessa reazione a catena.
L'effetto sorpresa è stato pienamente ottenuto. In pochi avrebbero scommesso sulla mossa del Cavaliere. Sembrava potesse essere solo uno spauracchio, una minaccia mirata alla soluzione della propria questione giudiziaria ma nulla più, tenuto conto delle infinite emergenze cui deve far fronte l'Italia contemporanea.
Invece la minaccia è diventata azione.
La reazione a catena è incominciata tra le fila del PDL stesso dove i Ministri si sono dimessi in blocco in segno di lealtà al partito ed al suo leader, ma alcuni di loro oltre che personaggi di primissimo piano nel PDL hanno imposto una riflessione urgente.

Matteo Renzi l'aveva previsto quando nel corso dell'ultima campagna elettorale ha ripetutamente sostenuto che il PD avrebbe dovuto puntare a conquistare una parte dell'elettorato del PDL, la meno berlusconiana, la più moderata.
D'altronde la nascita stessa del PDL era apparsa un po' frettolosa, una risposta di pancia all'affronto di Fini. Era lecito dunque ipotizzare uno scenario come quello che oggi si sta componendo. Renzi ha senz'altro colto nel segno ma la sua intuizione potrebbe rivelarsi un boomerang.
Per il sindaco di Firenze non sarà affatto facile consolidare l'immagine di aggregatore trasversale di consensi se il prossimo 2 Ottobre il parlamento esprimerà una nuova maggioranza.
Enrico Letta infatti, in questi primi mesi di governo, se da una parte ha avuto ed ha, poco spazio di manovra per poter prendere provvedimenti d'impatto, dall'altra ha ottenuto un rilevante ritorno d'immagine sia in Italia che all'estero. Matteo Renzi inizia a non sembrare più l'unica "best option". Enrico Letta ha mostrato capacità di dialogo e di mediazione ben oltre gli standard conosciuti nel recente passato ed ora può tentare l'allungo sul sindaco di Firenze; perché l'attuale esperienza di governo, sommata ai precedenti incarichi a livello nazionale lo hanno trasformato in un "top player" e non più un giovane dalle belle promesse.
Il continuo rinvio del congresso PD e dunque della corsa alla segreteria infine sta logorando non poco Renzi.
Il rischio è che il messaggio dirompente ed innovativo di Matteo Renzi finisca per esser percepito come una litania furbetta, a furia di esser ripetuto, ma senza esser mai verificato.

Ora Matteo Renzi rischia grosso

By: Unknown on: 06:43

lunedì 23 settembre 2013

di Gianbattista Tagliani  @gian2910

Nei giorni scorsi diverse testate hanno riferito di un cambio di strategia dei bossi palermitani per mantenere il controllo del territorio. Ma non solo: la crisi economica ha fatto si che il racket delle estorsioni a danno dei commercianti non sia più remunerativo. I commercianti non incassano e dunque non hanno più modo di pagare il pizzo. 
Per il procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato, "Le estorsioni si rivelano meno remunerative perché in tempi di crisi economica diminuiscono gli appalti e i commercianti sono meno propensi a pagare. Cosi' il numero delle richieste estorsive cala e i boss tornano all'affare della droga".(cit. La Repubblica)
Quanto al controllo del territorio invece la questione è molto più delicata: se l'economia non gira e la gente soffre per i Boss diventa più difficile affermarsi come alternativa allo stato. 
Paradossalmente l'indigenza diffusa può diventare un'efficacissima arma per lo Stato nella lotta alla mafia. E' così che i mafiosi si starebbero riciclando in "problem solvers". Ricevono i cittadini del loro territorio, ascoltano i loro problemi (la difficoltà a trovare una casa economica per un giovane o le problematiche dei genitori che dovendo lavorare non sanno dove lasciare i figli piccoli) e si impegnano a risolverli o meglio, li risolvono (cosa che lo Stato non riesce a fare per ora).
La mia adolescenza è trascorsa ascoltando e (occasionalmente) dibattendo di temi, oggi definiti "i grandi temi" con gli adulti e così ho scoperto, prima le ideologie e poi i partiti politici che ne erano l'espressione, la voce.
Una volta evolutomi in giovane ed acquisito il diritto di voto, mi sono lungamente interrogato se e ad quale partito iscrivermi, a quale movimento "aderire". Già, aderire. Così era, una volta. Un cittadino che "la vedeva" in un certo modo cercava quale partito la vedesse come lui e vi aderiva, come militante iscritto o come elettore. I partiti erano fortemente caratterizzati da una netta prospettiva ideologica. Ognuno aveva un filosofo di riferimento, uno o più spesso, centinaia, di testi ispiratori ed un apparato di propaganda, più contemporaneamente noto come Media Relations Office.

I Comunisti parlavano di Lavoro, Trasporti e Geopolitica, i Socialisti di Impresa, Infrastrutture e Esteri, i Democristiani di Famiglia, Pubblica Amministrazione e Sanità. Ciascun partito aveva un colore, una bandiera ma soprattutto un'arma, un punto di forza, necessario, essenziale per sopravvivere o prevalere nella disputa politica.
Assieme al Muro nel 1989 sono caduti i punti di riferimento ideologici dei partiti e forse anche la loro ragion d'essere. Sono sopravvissuti fino ad oggi ma come?
Prima la contrapposizione ideologica tra partiti era forte ma rispettosa e spesso anche leale.
Contrapposizione. Rispetto. Lealtà. 
Poi s'è diffuso il "political correct", contestualmente alla caduta di Muro ed ideologie .
In questo tempo dominato da un compassionevole relativismo qualunquista è impensabile che un qualsiasi partito si assuma la responsabilità di una vera contrapposizione.
La prudente astensione, di tutti, dall'esprimere una posizione chiara sull'accessibilità politica di Silvio Berlusconi è stata il compromesso pilatesco, condiviso trasversalmente, per cui tutta la classe politica si compatta, tutta per uno, perché uno può eliminare tutti.
Nessuna contrapposizione dunque. 
Tanto meno lealtà, come le dinamiche delle intenzioni di voto e dei voti espressi, hanno svelato, in occasione dell'episodio dei franchi tiratori PD per la candidatura Prodi al Quirinale.
Rispetto infine non è che un vocabolo svuotato di significato. 
La qualità dell'insulto contemporaneo è, e spero rimanga, un unicum da record.   
La principale anomalia contemporanea è dunque il fatto che non siano più i cittadini ad aderire ad un partito in cui si riconoscono ma siano i partiti a rivolgersi ai cittadini per soddisfare quanto viene loro richiesto. 

Ed i partiti si rivolgono ad un pubblico trasversale, una sorta di target commerciale. E' diventato quasi irrilevante il background ideologico o l'eventuale militanza. I cittadini sono diventati dei "consumatori di voto". I partiti, adottati stili e strumenti del marketing, per massimizzare il ritorno non si rivolgono più al proprio elettorato di riferimento ma a tutto l'elettorato (vedi la polemica sul tentativo di Matteo Renzi di conquistare elettori PDL per il suo PD).
La campagna elettorale tedesca che si è chiusa ieri con il voto che ha visto trionfare Angela Merkel è senz'altro la più recente prova del dissolvimento dei partiti. Nessuno dei due candidati principali ha puntato su temi e progetti ma piuttosto sulla loro credibilità individuale. La contrapposizione politica è stata sapientemente evitata da Merkel e Steinbrueck. Stessa cosa è accaduta in Italia qualche mese fa. I partiti si sono "scontrati" su temi come l'omofobia ma sui "grandi temi" erano tutti allineati. Certamente si può obiettare che in Italia la situazione era ben diversa da quella tedesca. C'era un'emergenza da affrontare che non lasciava spazio al dibattito politico. Ma il fatto che le ricette dei partiti fossero tutte più o meno uguali è la dimostrazione dell'inutilità sopravvenuta dei partiti. Le ricette non contano. Contano solo gli Chef. 
Oramai c'è un solo ed universale obiettivo della politica, un idolo 2.0; il benessere.


No Identità, no Party

By: Unknown on: 05:37

 

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