sabato 29 giugno 2013

"Vorrei che coloro che si determinano al Partito Liberale facessero in quell'atto una seria meditazione su questo punto: che cioè il liberalismo ha una singolarità, che è l'unico partito di centro che si possa pensare. Per questa ragione esso non può dividersi in una sinistra e in una destra, che sarebbero due partiti non liberali. Naturalmente il Partito Liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione , e ne adotterà gli uni e gli altri, e, se così piace, con maggior frequenza quelli del progresso che quelli della conservazione. Ma non può celare a se stesso quella verità, che la libertà si garantisce e si salva talora anche con provvedimenti conservatori, come tal'altra con provvedimenti arditi e persino audaci di progresso...." 
Così Benedetto Croce descriveva il Partito liberale nei "Quaderni della critica". 
La democrazia parlamentare aveva due elementi primari, la destra e la sinistra ed una chiave di volta sintetica, il centro.
La destra, espressione della nobiltà, ormai in declino, affiancata dall'altra borghesia intellettuale e/o industriale, la sinistra espressione del proletariato agrario o operaio. 
La prima considerava il benessere sociale come il frutto dell'iniziativa dell'upper class, che aveva accesso alla migliore formazione ed ai primi scambi culturali, diffusi, con il resto del mondo. La seconda puntava a riformare il presupposto della destra, perché non c'è vero progresso, e dunque vero benessere, senza egualitarismo. Essendo poi l'individuo meno efficace della collettività, qualora l'individuo fallisse, la comunità/stato gli si sostituiva, garantendogli un dignitoso sostentamento. 
Per Croce non c'è verità e giustizia, assoluti, ne nell'una ne nell'altra, ma verità e giustizia si compongono sia dell'una che dell'alta.


Oggi molto è cambiato rispetto ai tempi di Croce. La rivoluzione sociale ha avuto un'accelerazione radicale  grazie alla globalizzazione e l'accesso delle masse alla formazione qualificata ed ai beni di consumo.

Eppure la democrazia parlamentare si compone sempre di due elementi primari e della loro sintesi. 
La sorpresa sta nei presupposti delle istanze di destra e sinistra. Sembrerebbero essersi letteralmente ribaltati. I provvedimenti di progresso citati da Croce erano provvedimenti mirati a "riformare" le regole collettive, troppo restrittive per i ceti inferiori, che finivano per soffocare lo sviluppo. I provvedimenti conservatori al contrario, cercavano di proteggere l'ordine sociale costituito e la stabilità che ne conseguiva.
La sinistra chiedeva infrastrutture, mobilità nel mercato del lavoro e parità sociale. 
La destra non aveva bisogno di infrastrutture, considerate poi una minaccia più che un'opportunità per il proprio benessere e mostrava una certa refrattarietà al concetto di mobilità nel lavoro perché la borghesia medio alta aveva auto regolamentato le dinamiche del lavoro secondo un principio di ereditarietà delle competenze e delle "posizioni" conquistate.
Oggi?
La sinistra sembra contraria a qualsiasi piano di sviluppo infrastrutturale (TAV, Rigassificatori, Ponte sullo Stretto, sviluppo di porti ed aeroporti, grandi arterie stradali ecc), sembra quasi sorda ad ogni progetto di mobilità sul lavoro (per difendere quanto conquistato dalle generazioni precedenti!!!!), ed ha finito per rafforzare il modello a caste, ben poco egualitario, contrapponendo padroni e lavoratori, crumiri e manifestanti, politica e società civile e via dicendo. 

La destra invece spinge per la costruzione di mega infrastrutture, talvolta anche di dubbia utilità e ha fatto della mobilità sul lavoro la propria bandiera.
Eppure riflettendo bene si può sostenere altrettanto che non sia cambiato nulla. 
La politica di questo si occupa e si dovrebbe occupare. Una seria e serena revisione dei presupposti di destra e sinistra faciliterebbe senz'altro l'evoluzione della "chiave di volta sintetica" che dovrà sostenere la struttura socio, politico ed economica dei prossimi decenni.


di Gianbattista Tagliani

Il liberalismo oggi

By: Unknown on: 08:32

mercoledì 26 giugno 2013

di Gianbattista Tagliani

Quali sono i tratti principali degli italiani agli occhi del resto del mondo? 
Estro e genialità accompagnati da uno stile unico. I geni sono spesso contraddittori e gli italiani non sono da meno.
Nel Conte di Carmagnola, Manzoni definendo una rivoluzione ha sottolineato come di rivoluzione non si possa parlare in assenza di spargimenti di sangue. Non ci può essere una vera evoluzione senza un processo catartico doloroso e sanguinario. La rivoluzione francese non s’è compiuta finchè la ghigliottina non ha reciso i legami con il pregresso. La rivoluzione maoista ha sostituito la ghigliottina ma ha seguito un percorso analogo, come la rivoluzione bolscevica o per essere più attuali la Libia o la Tunisia. Come se il sangue lavasse le colpe e permettesse una sorta di pacificazione collettiva. 
Poi ci sono le rivoluzioni all’Italiana. Il sangue è solo metaforico ma è pur sempre sangue. L’anomalia sta nel fatto che a differenza degli altri casi citati, l’elemento cruento della sommossa non solo non pacifica ma peggio, aizza e fomenta ancora più le fazioni a coltivare odio reciproco. 
Il 24 Giugno Silvio Berlusconi è stato condannato in primo grado a 7 anni di reclusione nell’ambito del processo diffusamente conosciuto come Rubygate. Il tribunale di Milano ha comminato una pena addirittura superiore a quella richiesta dal PM quasi interpretando la sete di “giustizia” popolare che da ormai un ventennio attende di vedere l’ex premier alla gogna. Ascoltando commenti ed analisi sulla sentenza ho avuto una sensazione di deja-vu. Gli italiani sono dei talentuosi mediatori, un popolo che predilige la concertazione e la condivisione piuttosto che l’azione autoritaria. Eppure spesso si comportano come i più agguerriti forcaioli. 
Il deja-vu m’ha riportato indietro nel tempo a diversi casi assimilabili. Di recente si è ricordato il caso Tortora coinvolto in un caso giudiziario folle che lo ha gravemente minato nel corpo e nello spirito. Eppure non sono certo mancati i forcaioli che hanno esultato vedendo un potente nella polvere. Allo stesso modo, pur essendo ogni vicenda giudiziaria una vicenda a se stante in altri casi: il caso Sofri, il caso Andreotti, le inchieste su Ottaviano Del Turco o su Calogero Mannino o ancora la vicenda Necci o la più recente indagine a carico di Luigi Bisignani. Alcuni di questi uomini sono stati riconosciuti colpevoli di quanto veniva loro contestato, altri prosciolti ma c’è un filo comune che li unisce. La “riabilitazione” postuma. Guai a chi non riconosce i successi e i meriti di manager a Lorenzo Necci o l’integrità morale di Mannino, la statura politica di Andreotti o le qualità politiche e strategiche di Bisignani. Prima linciati e poi con “geniale estro”  riabilitati. Allora a che pro il sangue versato? Che le persone coinvolte mirino al recupero della propria immagine e dignità e cosa comprensibile e condivisibile. Ma i forcaioli? La sensazione è che si sia tutti pronti a scagliare la prima pietra ma poi il timore di poterci trovare un giorno, noi, al posto dell’imputato ci spinga ad andare a recuperare in fretta e furia la pietra scagliata ed a cancellare ogni traccia delle nostre azioni. 
Il caso Idem di questi ultimi giorni è sintomatico. L’atleta-ministro è stata indotta presentare le dimissioni dal suo incarico per delle irregolarità fiscali, che ha riconosciuto e che s’è dichiarata pronta a sanare. Eppure i forcaioli, estrosi e geniali hanno preteso la loro razione di sangue, salvo poi impegnarsi loro stessi per primi a trovare soluzioni alternative che però diano lo stesso risultato, non pagare o pagare meno tasse possibili. Non ho elementi per esprimere un’opinione su Josefa Idem come ministro, perché troppo breve è stata la sua esperienza, ma ho elementi in abbondanza per rilevare che se le dimissioni siano da considerarsi giuste e doverose, l’Italia può mettersi l’anima in pace e disertare ogni futura tornata elettorale. Quale italico campione di rettitudine può definirsi certo che pur essendo retti non abbia mai commesso un’irregolarità? Le rivoluzioni chiamano sangue a cui segue la pacificazione. Se noi continuiamo a invocare la forca non ci saranno più italiani da pacificare.


Un paese di furboia

By: Unknown on: 05:30

sabato 1 giugno 2013

di Gianbattista Tagliani


Poco dopo che abbiano iniziato ad essere quasi universalmente noti, tra gli italiani, Facebook e Twitter si evolvono, caratterizzandosi, e dunque differenziandosi ma al contempo relazionandosi ed integrandosi. E' di pochi giorni fa la notizia che Facebook introdurrà gli hashtag (#) twitteriani per identificare i temi e le news. Non si tratta solo di un adeguamento ad uno standard ormai consolidato di targare le keyword, da parte di Facebook, ma piuttosto di un passo in avanti, condiviso, verso la "specializzazione" dei network, finora rivali. Ha poco senso che ci siano piattaforme diverse, con funzionalità e potenzialità ben distinte che mirino allo stesso indefinito target. La prova di questo sono le oscillazioni "migratorie" del numero di utenti attivi tra un social e l'altro. Soprattuto quando si stanno diffondendo rapidamente applicazioni che permettono di gestire più account con un bot, un pannello di gestione centralizzato che distribuisce quanto si voglia comunicare su tutte le piattaforme, ottimizzando il formato di pubblicazione.
Facebook recentemente ha reso noto l'algoritmo che determina l'ordine di visualizzazione sulla propria bacheca dei contenuti pubblicati dai nostri amici. Un preciso ordine gerarchico dei tipi di post determina  cosa sia, per noi,  prioritario visualizzare. Questa gerarchia non dipende solo da un'analisi dei comportamenti degli utenti (un indice è relativo alla caducità/obsolescenza di post, un altro alla frequenza di interazioni tra utenti) ma da un indice di importanza che Facebook attribuisce ai contenuti. Si chiama Edge Rank. Foto e video sono i contenuti più preziosi, seguiti da link ed in coda i messaggi testuali.
Si può facilmente immaginare la logica della scelta di Facebook. Il social di Zuckerberg non impone vincoli di dimensione e/o formato dei contenuti che diffonde. Twitter invece impone i 140 caratteri, e privilegia le parole alle immagini, fisse o dinamiche. 
E' dunque il primo passo di un percorso evolutivo che porterà Facebook a diventare una versione 2.0 del cassettone dove si conservano foto e ricordi, impreziosito dalla possibilità di condividerle col mondo mentre il network dei cinguettii si sta connotando come piattaforma universale di condivisione di news. Blogmeter ha reso noti i dati sull'utenza dei vari social network e l'unico che è in calo è proprio Twitter. Questo perchè è il meno comodo e adatto per divulgare foto e video e soprattutto per curiosare nelle vite altrui, cosa che invece è il punto di forza di Facebook. 
Google e Linkedin sono considerati social di settore, e proprio loro hanno, forse inconsapevolmente interpretato questa tendenza evolutiva prima di tutti.

Il futuro di Twitter e Facebook

By: Unknown on: 13:31

 

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