domenica 14 aprile 2013

di Gianbattista Tagliani 




Dopo aver ascoltato da Laura Riccetti del Tg5 come vengano percepiti ed usati Twitter e Facebook, nell’ambito redazionale e professionale, oltre che naturalmente a titolo personale, cambiando media rivolgiamo le stesse domande a Giorgio Zanchini, conduttore di Tutta la città ne parla di Radio3 Rai.


(Giorgio Zanchini): anche io devo fare una premessa necessaria perché si possa comprendere quanto racconto; gli ascoltatori di Radio3 hanno un’età media piuttosto alta, come per altro io stesso. Questo ha causato qualche problema quando abbiamo inizialmente approcciato Twitter e Facebook, ma nonostante questa difficoltà ci ha regalato risultati inattesi quanto gratificanti. Oggi quasi tutte le trasmissioni radiotelevisive principali hanno una propria pagina Facebook od un account Twitter. Basti pensare a “Sei Gradi”, sempre su Radi3 che fa abbondantemente riferimento al flusso web, tanto da arrivare addirittura ad anticipare, pubblicandolo online, il palinsesto previsto per il Venerdì, palinsesto che poi viene stabilito solo dopo averlo “concordato” con i navigatori.


Tornando invece al suo programma?


(Giorgio Zanchini): tutta la città ne parla è molto caratterizzata dai contributi degli ascoltatori. Prima di andare in onda costruiamo la trasmissione sul tema di una telefonata di Prima Pagina. Quando arrivo in redazione trovo già un consistente numero di post o mail che mi “instradano” sull’argomento. Fonti come FB e Twitter diventano dunque essenziali riferimenti per la conduzione e la moderazione. Proprio per questo abbiamo anche stabilito di dedicare la coda della trasmissione alla lettura dei messaggi del nostro pubblico. Poi quando capitano imprevisti come l’assenza di un ospite , comunicata all’ultimo minuto, i contributi del nostro pubblico finiscono per “regalarci” quasi mezza trasmissione.


Che genere di contenuti social privilegiate in redazione?


(Giorgio Zanchini): il nostro direttore, Marino Sinibaldi, ci suggerisce di frequente di non stabilire una sorta di gerarchia tra ospiti, ascoltatori od opinion leader. Proprio per questo tendiamo a dare ampio risalto alle opinioni della cosiddetta gente comune.


E fuori dalla redazione sei presente ed attivo nei social network?


(Giorgio Zanchini): Prima di dormire do sempre un’occhiata agli ultimi tweet , perché francamente su Twitter trovi davvero tutto. In questo caso leggo prevalentemente quanto pubblicano personaggi e opinion leader, anche se devo dire che i loro tweet si riferiscono di frequente ai programmi televisivi in onda durante la serata. In compenso però sono poco attivo. Non “comunico” molto, un po’ per abitudini di vita e carattere ma anche perché non mi sento di avere molto da dire, e non per falsa modestia. Sul web si posta o twitta quando si vuole prendere una posizione od esprimere un giudizio su un dato tema. Il mio ruolo ed il mio esser “personaggio pubblico” mi impongono una condotta rispettosa dei miei ascoltatori oltre che del mio “editore”. Un giornalista RAI, essendo servizio pubblico, che esprima giudizi o prenda posizione, quale che sia il tema, rischia di tradire la promessa di rispettare i principi deontologici della nostra professione ed io, personalmente, sono molto prudente ed attento .

Traditional media Vs Social media: "Tradisocial" media? (pt.2)

By: Unknown on: 06:02

di Gianbattista Tagliani

Il parlamento italiano è stato profondamente rinnovato grazie ai social network. Le principali trasmissioni di approfondimento o di attualità hanno sostituito le headlines di giornata nel sottopancia scorrevole nella parte bassa dello schermo con l’aggiornamento in tempo reale dei tweet o dei post di facebook. Le testate in edicola riservano spazi o rubriche intere alle news dal mondo social.
Ma di che notizie si tratta? Come vengono recepite? E che uso se ne può fare e se ne fa?
Ho rivolto queste domande a quattro persone in carne ed ossa, ciascuna, autorevole espressione dei diversi pianeti del sistema informativo italiano.
Laura Riccetti, volto e voce nota quanto apprezzata del Tg5, Giorgio Zanchini direttore e conduttore di Tutta la città ne parla, di Radio3, Marco Barbieri responsabile della comunicazione INPS e Victor Simpson, direttore della redazione romana di Associated Press.


Il mondo social è “fonte” o piuttosto un aggregatore di feedback?


(Laura Riccetti): E’ doveroso che premetta che non ho un account Twitter ne un Iphone. Ciò non toglie che riconosca il valore del flusso informativo web, tanto da essermi resa conto di come sia già diventato “fondamentale”. Durante la primavera araba, strumenti come i video amatoriali di Youtube sono stati uno dei primi riferimenti dei miei servizi. Sia per le immagini che per la sola testimonianza dei fatti. Spesso per una sola notizia si trovano svariati contributi e questo è importante per contenere il rischio di “falsi”. Quando l’esigenza è l’immediatezza si deve correre il rischio di usare fonti non verificabili, ma incrociando i flussi web/tv/radio/stampa in edicola si può fare quanto meno una sorta di verifica preliminare dell’attendibilità della fonte, qualora non si tratti di messaggi provenienti da personaggi noti, opinion leaders. Per misurare con esattezza il “sentiment” popolare però preferisco ancora i sondaggi perché più scientifici

 
Ma all’infuori dei casi di scenari bellici difficili da coprire e rischiosi per i reporter?

 
(Laura Riccetti): Più che come fonte li uso come termometro delle tendenze. Nell’ultima campagna elettorale per il comune di Milano ho percepito immediatamente che Giuliano Pisapia avrebbe vinto, non appena rilevata l’incredibile quantità di tweet e post favorevoli, rafforzati dalla quasi assoluta assenza di messaggi negativi o ostili nei suoi confronti. Studio Aperto ad esempio è una testata particolarmente sensibile alle dinamiche web. A volte, scrivendo il pezzo usiamo espressioni tipo “S’è scatenato il web”. Devo confessare che espressioni del genere corrispondono più a deduzioni che a reali riscontri analitico statistici e questo perché non è facile reperire ed interpretare dati “intelligenti” sui flussi digitali di news.


Traditional media Vs Social media: "Tradisocial" media?

By: Unknown on: 05:56

lunedì 8 aprile 2013


di Gianbattista Tagliani

 

Mentre la natura si sta risvegliando dopo il piovosissimo inverno, si prepara a sbocciare anche il nuovo assetto politico italiano. Ad oggi la partitocrazia si articola in sette schieramenti: Destra Sociale, Centrodestra, Lega, Centro, Centrosinistra, Sinistra e Sinistra extraparlamentare. Questa straordinaria ricchezza di posizioni è impreziosita dall’unicità italica di avere rappresentanti di ciascuno schieramento all’interno di tutti gli stessi. Quando ero poco più di un bambino ascoltavo gli adulti parlare delle correnti DC e PC e mi chiedevo come potesse far parte di un partito confessionale conservatore, una persona che pubblicamente veniva riconosciuto come un laico riformista o come potesse un moderato cattolico far parte del Partito Comunista Italiano. Crescendo non sono ancora riuscito a trovare altra risposta se non un’allusiva ma confusa battuta: “E’ la natura della politica”.
Tornando all’oggi, i sette schieramenti così variamente compositi non sono altro che la trasposizione aggiornata delle correnti degli anni 80. Hanno tutti cambiato nome, tanto che il più antico partito italiano è la Lega Nord, tanto antico da non avere neanche l’età per votare al Senato (Il Mov. Lega Nord è nato nell’89) Questa eterogeneità di istanze in ciascun partito ha progressivamente limato, fino ad eliminarle, le ideologie, le tradizioni e le “scuole” . Militanti, eletti o anche semplici attivisti hanno perso i punti di riferimento e il senso d’appartenenza.
Su cosa, dunque, si poteva basare la scelta di un elettore, se non sulla conoscenza diretta dei candidati, ragioni clientelari o vaghe epidermiche simpatie? Nulla.
Tanto è vero che, dopo che Tangentopoli ha spazzato via la prima repubblica favorendo un rinnovamento della classe politica e del sistema partitico, oggi stiamo assistendo con sostanziale disinteresse alla fine della seconda, ma con molta meno attesa per il dopo. Non si attende più. Urge.
L’unica via è quella del recupero delle idee, delle ideologie, delle identità e dell’orgoglio d’appartenenza. Quando mi iscrissi ad un partito politico in gioventù, ero fiero della mia scelta quanto entusiasta all’idea di rafforzarla studiando la storia del partito, conoscendo le persone e condividendone la vita con gli altri iscritti.
Dopo poche settimane mi sono dimesso perché non avevo conosciuto nessuno, imparato nulla e condiviso anche meno, seppur avessi partecipato a decine di incontri per stabilire chi dovesse esser tesoriere, chi capo di questo o di altro. Questo accadeva però 19 anni fa.
Le nuove figure di oggi, non i volti ma le figure vere e proprie, posso finalmente restituire un assetto politico stabile all’Italia. La soluzione ideale sarebbe al’Inglese che con 3 grandi movimenti che garantirebbero anche una sana alternanza. Ma ciascun paese ha la propria storia e le proprie identità. In Italia perché non possiamo avere un grande partito moderato/conservatore, uno laico riformista e le due ali a destra e sinistra, le famose ali che il Premier Monti avrebbe voluto zittire. Matteo Renzi abbia il coraggio di rompere le fila e di mettersi alla guida di un grande movimento riformatore. Questo spingerebbe in automatico le “correnti” di sinistra del PD a riorganizzarsi in una vera sinistra e spingerebbe al contempo il centro destra ad accelerare il processo di successione alla leadership di Berlusconi, non sulla base del gradimento del leader uscente ma sull’identificazione leader/azione.

I tempi sono ormai maturi

By: Unknown on: 08:12

martedì 19 marzo 2013



di Gianbattista Tagliani


Il 27 gennaio scorso ho scritto della storia di Artur Baptista Da Silva. Era la storia di un qualsiasi membro della cosiddetta società civile che s’è reinventato autorevole consulente delle Nazioni Unite, esperto stratega, risolutore di crisi. Il signor Da Silva però non era che un pregiudicato per reati della stessa natura: millantato credito. La “notizia” però era che il sedicente consulente ONU era riuscito ad accreditarsi nel mondo dell’informazione, solo, perché nessuno, Reuters inclusa, s’era preso la briga di fare quello che in gergo si chiama “background check” della persona.
Questo episodio è però solo l’ultimo di un elenco piuttosto corposo di casi di falsa, non verificata, fraudolenta o strumentale informazione. L’Inghilterra, diffusamente ritenuta la patria della libertà d’informazione, nonostante la libertà di stampa sia stata concessa solo nel 1662 con la restaurazione della monarchia, è stata sorprendentemente il luogo prediletto per compiere il misfatto.
Tornando all’oggi, l’Inghilterra ha dibattuto di frequente sull’opportunità o meno di regolamentare il settore, aggiornandolo ai tempi. Nel 2004 in seguito ad uno scandalo su delle fotografie pubblica sul Daily Mirror, dimostratesi poi false, s’è dimesso il direttore responsabile.
Nell’estate 2011 lo scandalo spionaggio, intercettazioni e pedinamenti che ha coinvolto News of the World ha portato alla chiusura di una delle testate più autorevoli e seguite del paese. Nel 2012 ancora uno scandalo ma stavolta, oggetto delle accuse è la BBC. Le dimissioni del direttore Entwistle non hanno però stemperato le polemiche. Se addirittura la BBC viene accusata di insabbiare notizie vere (la mancata messa in onda del documentario su Jimmy Savile storica voce radiofonica accusata di pedofilia) e di costruirne di artificiose (il caso delle false accuse sempre di pedofilia mosse a Lord McAlpine), è senza dubbio urgente ridiscutere delle regole dell’informazione.
E’ stata avviata un’inchiesta coordinata da Lord Justice Leveson (omen nomen). Il risultato? Un accordo sull’istituzione di un organismo indipendente garante dell’applicazione delle nuove regole. Il mondo web è già in fermento. Si temono effetti penalizzanti il mondo dei bloggers e del citizenship journalism.
Quitrovate una sintesi della nuova disciplina UK.

Primi passi

By: Unknown on: 09:27

lunedì 11 marzo 2013



di Gianbattista Tagliani

(parte prima)

Il National Intelligence Council (NIC) è un’agenzia governativa USA che dal 1979 è impegnata nello studio e rappresentazione di scenari geopolitici a medio termine, il cuore dell’analisi strategica. Nel Novembre 2012 è uscito l’ultimo rapporto Global Trends 2030.
Qualche giorno fa Il Foglio di Giuliano Ferrara gli ha dedicato un buon spazio, soffermandosi in particolare sulle tematiche finanziarie ed energetiche. Ma questi non sono che due elementi di un rapporto di oltre 150 pagine di riflessioni, dati e proiezioni.
Diventerebbe particolarmente interessante applicare alcuni dei paradigmi proposti dal rapporto all’attuale contingenza italiana. Il neo parlamento fatica non poco a prender forma e ad assumere il mandato elettorale. La subliminale attesa delle illuminanti strategie di Gianroberto Casaleggio ha prodotto un sostanziale stallo. Ed è proprio qui che diventa interessante incrociare il dato del rapporto NIC e la situazione politica.
Il NIC rappresenta, un poco lontano, 2030, in cui lo scenario politico vedrà il rafforzamento del potere di maga città, comunità locali a spese di governi nazionali e istituzioni multilaterali che lotteranno per conservare lo status quo consolidato nei secoli.
Il crescente ruolo delle megalopoli (basti pensare alle recenti definizioni formali di capitali come Parigi, Londra e Roma, diventate Grand Paris, Greater London e Roma Capitale) porterà alla creazione di network di città metropolitane e/o network interregionali. McKinsey G.I. prevede che per il 2025 le megacittà di paesi n via di sviluppo potranno creare più ricchezza che, le stesse, ma di paesi industrializzati.
Questa è una delle due prospettive interessanti.
La seconda è lo scenario ipotizzato relativamente a governi, istituzioni ed elite. I soggetti chiave della società globalizzata dei prossimi anni non saranno più leader politici ed istituzioni nazionali o multilaterali ma piuttosto nuove forme di elite transnazionali i cui fattori aggreganti non saranno più le comuni cittadinanza o nazionalità ma piuttosto l’aver studiato in una data istituzione accademica internazionale, l’appartenenza ad un’organizzazione non governativa o al management di una multinazionale. Il rapporto conclude che non si corre il rischio che spariscano gli stati ma piuttosto che i governi vedano il proprio ruolo, progressivamente sempre più mirato all’organizzazione e gestione di soggetti ibridi sia pubblici che non governativi

2030

By: Unknown on: 06:52

lunedì 4 marzo 2013



di Gianbattista Tagliani

Dal 26 Febbraio l’Italia è in vero fermento.
Il voto non ha prodotto ancora un governo capace di ottenere la fiducia sul programma proposto. Tanto da spostare l’asse dell’attenzione da chi ci governerà a chi sarà disposto a farsi governare.
Quanti fra i tutti vorranno legittimare l’esercizio del potere del nuovo governo e quanti si renderanno disponibili ad esser disciplinati e regolamentati da una maggioranza che anche in caso di accordo M5S – PD sarà comunque l’espressione di voto di non più della metà degli italiani (il 50% del 75% dei votanti).
I primi passi del M5S stanno facendo filtrare un sentiment, questo si, davvero rivoluzionario. Ogni regola precostituita è sindacabile e di conseguenza rivedibile. Ragionando in questo modo le regole si svuotano del proprio contenuto coercitivo .
Anche solo il fatto che si stia animando un dibattito sulla “Prorogatio” del governo uscente è un sintomo dell’infezione.
Chi, in una conversazione qualsiasi, richiama le regole formali delle dinamiche istituzionali viene diffusamente squalificato a rango di reazionario retrò
La Prorogatio per tornare al riferimento di poco fa, ad una lettura superficiale suona come una soluzione all’Italiana dell’impasse. Sarebbe dunque senz’altro opportuna una riflessione su come si stia evolvendo il sentir comune italico.

La passione e lo spirito con cui oggi, ovunque, si ascoltano cittadini dibattere di politica, come non accadeva da decenni, deve essere bilanciata da esperienza e sapere. La problematica si riscontra nel fatto dibattono di politica i cittadini e basta. La classe politica non si riesce a schiodare dall’ossessione della leadership riconosciuta e riverita. Ma non è la leadership il cuore dell’emergenza . Dalle moltissime interviste a passanti fatte prima e dopo il voto se ne evince che il successo di Grillo è sintetizzabile in due frasi:
- Grillo dice le cose come stanno
- Grillo parla di temi reali ed attuali

Questa tornata elettorale ha registrato una netta bocciatura della linea “secolarizzata” del PD, tanto che i più contestano che la linea si del tutto assente.
Il PDL furbescamente cerca di raccontare il voto come un subliminale trionfo, quando in realtà non è che una “quasi” tenuta fortunosa.

Entrambi i grandi partiti sono totalmente fuori sincrono con la realtà, tanto da non capacitarsi delle differenze evidenti, intrinseche ed estrinseche con il loro partiti di riferimento all’estero. Ora più che unirsi per scacciare l’invasore, non sarebbe il caso che i partiti si rileggano al loro interno e recuperino il tempo perduto? Se questo non accadesse allora si che il rischio eversione sarebbe reale.

Queste esitazioni, questi vuoti ideologici e culturali sono il terreno più fertile possibile per il radicamento del sentiment di relatività assoluta che nulla produce se non la delegittimazione del potere da chiunque sia esercitato ed una risposta “nessuno” alla domanda “Chi sarà disposto a farsi governare?” .

Chi si farà governare?

By: Unknown on: 05:47

 

Our Team Members

Copyright © appoggio ghyan | Designed by Templateism.com | WPResearcher.com | Blogger Templates