martedì 29 ottobre 2013

29 Ottobre 2013
di Gianbattista Tagliani @gian2910

Oggi 29 Ottobre sul sito di Repubblica è stata pubblicata un'intervista al Ministro Bonino. Emma Bonino si trova a Milano per la presentazione Centro Euro Mediterraneo per le PMI (Fondazione EMDC). Incontrando la stampa si è sentita subito rivolgere delle domande sul Datagate. (vedi vdeo).
Il Ministro ha correttamente e doverosamente precisato che non è materia di sua competenza ma della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Copasir e dei Servizi. Ha commentato i recenti sviluppi auspicando una soluzione rapida non solo nell'interesse dei soggetti spiati ma anche e soprattutto degli amici/alleati USA. Non appena un altro cronista ha incalzato il Ministro sul tema con altre domande la Bonino ha cortesemente quanto fermamente ribadito che le domande a cui avrebbe risposto sarebbero state solo quelle per le quali fosse stata competente ed in grado di fornire risposte adeguate. Piuttosto evidente è apparso lo sconforto (quasi fastidio) dei cronisti presenti. Eppure quanto è accaduto è non solo giusto e/o corretto in termini dialettici ma è anche un assist del ministro al cronista perché faccia il proprio lavoro professionalmente ed in modo coerente con la deontologia del giornalista. E' ormai troppo tempo che i colleghi giornalisti hanno accantonato la proprio professione in favore dell'immediatezza sensazionalistica mirata solo ed esclusivamente alla gratificazione degli investitori pubblicitari. Il Ministro Bonino invece ancora una volta ha cercato di richiamare il "press corp" alla realtà. Già lo aveva fatto il 19 Ottobre scorso quando aveva definito l'attività del Ministro degli Esteri, nel contesto di un Governo fondato sulle larghe intese, una "Mission Impossible". Ora lo ha ripetuto da Milano. Il punto è il comportamento della stampa. Il Min. Bonino ha scherzato sul fatto che i giornalisti siano usi a ministri o altri soggetti politici che discettino su qualsiasi tema anche quelli che non competono loro. E lo ha fatto a ben vedere. Sono mesi che ogni giorno leggiamo, guardiamo o ascoltiamo le più prestigiose firme italiane, stracciarsi le vesti in segno di sdegno per l'apatia della classe politica e per la sua naturale tendenza a divagare su temi di secondo o terzo piano, ignorando le emergenze (lavoro, precariato ecc...). Eppure loro stessi (i giornalisti) continuano ad inchiodare, chiunque si trovi difronte i loro microfoni, solo ed esclusivamente al gossip da portinai del quotidiano. Mai che si rivolga una domanda tipo : "Come pensa di realizzare la riforma dell'istruzione? Per poterla realizzare cosa si dovrà sacrificare?". Mai e poi mai.

A domanda risponde. Un plauso al Ministro Bonino

By: Unknown on: 09:10

venerdì 18 ottobre 2013

di Gianbattista Tagliani @gian2910
18 Ottobre 2013

L'Italia è un paese di santi, poeti e navigatori, s'è sempre detto. Di recente però i Santi sono in ferie, i poeti sono in autogestione a scuola e i navigatori hanno i sigilli d'Equitalia sulle barche per cui che ci resta? Gli invidiosi. Difficile identificarne alcuni rispetto alla massa. Anche Dante nel 13 esimo canto del Purgatorio si rivolge a Sapìa, figura che ancora oggi non risulta facile identificare. 
Forse la scelta di Sapìa è stata voluta proprio per non dare un solo volto all'invidia. 
Gli italiani sono, mediamente, tutti invidiosi.
Ricorderete qualche anno fa che diverse città hanno ospitato dei manifesti politici che recitavano: "Anche i ricchi piangano". Ricorderete anche un detto: quello che è tuo è mio e quello che è mio, è mio, attribuito ai comunisti all'italiana. 
Potrei citarne all'infinito di "prove circostanziate" dell'invidia cronica della gens italica.
L'ultimo caso: lo scontro Brunetta-Fazio sui redditi del secondo. 
Renato Brunetta, ospite (e va sottolineato) della trasmissione di Fabio Fazio, Che Tempo Che Fa, su Rai 3, sull'onda dell'assunto (in nessun modo entro nel merito si badi bene), che Fazio sia fazioso (perdonate il gioco di parole), nulla ha detto in merito alla conduzione ma ha pesantemente alluso al mistero che avvolge l'entità del compenso di Fazio. 
Mistero che celerebbe una verità segretissima: Fazio guadagna qualche milione di euro. 
Nulla ha commentato Brunetta sugli ospiti, sul taglio del programma o sui vari personaggi della trasmissione. I più potranno obiettare che sarebbe stato un ripetersi, che quei rilievi e quelle polemiche sono parecchio datate ormai e non direbbero certo il falso. Ma allora perché incalzare il conduttore su un tema che nulla ha a che vedere con la faziosità? E' stata la tipica infamata insinuata italica. Renato Brunetta ha fatto una domanda e se ha scelto di usare un tono allusivo è perché evidentemente conosce già la risposta. Domande poste in modo da restare tali sono retorica non dialettica.
Sarà forse allora il caso che, del cittadino, si smettano di sprecare non solo il denaro versato sotto forma di tasse, tributi o canoni, ma anche e soprattutto il tempo e l'attenzione.
"Che Tempo Che Fa" è rimasto l'unico programma nazional popolare di qualità. Fazio, tenuto conto dei proventi che genera la trasmissione, potrebbe essere quasi un modello di meritocrazia. Ma gli Italiani si sa, sono quasi incapaci di gioire per i successi altrui per cui "si scrive" meritocrazia ma "si legge" invidia.
Per il novello piacere di distruggere tutto e tutti, cerchiamo di evitare di trovarci ad assistere solo ed esclusivamente a programmi tipo La Gabbia, Radio Belva o altri, che ampi spazi dedicano alle inclinazioni sessuali di chi, per definirsi indignata, si dice indegna.

"L'invidioso mi loda senza saperlo" K. Gibran

By: Unknown on: 06:45

domenica 13 ottobre 2013

di Gianbattista Tagliani @gian2910
Bene, abbiamo accettato dunque l’idea che non ci sia più spazio o ragion d’essere per le ideologie, in politica. 
La contrapposizione ideologica,  oggi, è spesso percepita come un’inutile perdita di tempo retro,  che altro non produce se non ulteriori danni in un quadro già compromesso. Ne ho già parlato dunque non mi ripeto. D'altronde questo restyling della politica globale è un processo forzato indotto dal sistema finanziario e da quello istituzionale transnazionale con il progressivo de potenziamento dei Governi. Sintetizzando brutalmente: ogni tavolo ha le proprie regole.  Se ci si siede per giocare le regole vanno accettate preventivamente. C’è dunque molto poco spazio di manovra per l’iniziativa di un singolo paese se questo è inserito in un network di stati, regolamentati da istituzioni sovra nazionali. E’ un po’ il concetto di una holding. Una controllata avrà senz'altro un margine d’azione ma mai in contrapposizione agli interessi complessivi del gruppo, tutelati dalla holding. Se dunque accettiamo di far parte del G20, dell’UE, della Zona Euro, dell’OCSE e via discorrendo, il nostro margine d’azione ha dei precisi confini. In tanti, evocando un sussulto della politica, hanno ventilato ipotesi di rotture di accordi, uscite da patti o unioni, ignorando volontariamente il fatto che sia ormai troppo tardi. 

La soluzione per “salvare” la politica dall'estinzione e ridisegnarla perché operi più efficacemente nel contesto attuale è quella dei “Business Plan”.
Ora mi spiego.
Qualche anno fa in occasione di una campagna elettorale nazionale un candidato sorprese tutti, in diretta tv, offrendosi di firmare un contratto con gli italiani, un contratto che avrebbe suggellato il suo impegno formale a realizzare la rivoluzione liberale.  In seguito si capì che il contratto non era altro che una trovata spettacolare, purtroppo, ma oggi potrebbe essere recuperato ed adattato a piattaforma condivisa di confronto elettorale dei candidati. Oggi si tende a considerare i cittadini come azionisti piuttosto che elettori, ed in quanto azionisti dovrebbero avere modo di valutare un piano industriale, prima di indicare quale sia il più gradito.
I candidati A e B, sapendo di disporre di un budget pari a X dovranno  proporre il loro piano evidenziando, ad esempio, in quali comparti concentreranno risorse e sforzi , palesando, al contempo, quali saranno i sacrifici necessari al raggiungimento degli obiettivi.  
Così potremo scegliere tra il candidato A che punterà su industria, trasporti e infrastrutture (sacrificando sanità, ambiente e politiche migratorie) e il candidato B che punterà su politiche comunitarie, istruzione e cultura (sacrificando industria, TLC e occupazione). Quali che siano le scelte dei concorrenti alla poltrona di Premier, gli effetti delle stesse saranno quanto meno percepibili dall'elettore, che potrà votare non solo chi gli assicura il risultato migliore nel comparto che gli interessa ma anche quello che, (ipoteticamente) a parità di risultato gli prospetta il sacrificio minore.

Business Plan elettorale

By: Unknown on: 09:52

martedì 8 ottobre 2013


di Gianbattista Tagliani @gian2910


Ecco la nuova banconota da 100$, in circolazione da oggi, 8 Ottobre 2013
Buffo che avvenga proprio mentre lo Stato Federale è "shutdown"..






Leggi anche:
http://www.newmoney.gov/uscurrency/redesigned100.htm
http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_one_hundred-dollar_bill

I nuovi 100$

By: Unknown on: 08:38

giovedì 3 ottobre 2013

di Gianbattista Tagliani @gian2910

3 Ottobre 2013
« Dame gentili non più sospiri;
tutti gli amanti sono incostanti;
un piede in terra un altro in mare,
non sospirate, fateli andare.
E in ogni guisa fra giochi e risa
mutate l’intimo vostro rovello
in un ironico bel ritornello.
Trallerallera, trallalallà. »
E' un passo dell'opera Shakespeariana "Molto Rumore per Nulla", ma dopo la sventata crisi di governo di ieri sembra un invito agli italiani a che non si cruccino poi troppo su quanto accaduto, son cose tipiche dei....politici.
Per altro è qualcosa che noi italiani facciamo con una certa naturalezza. Autocommiserandoci ma anche autocompiacendoci delle nostre sventure abbiamo creato il "tipo italico", colui che anche difronte ad un disastro sa prenderla con leggerezza, con una battuta.
E' inutile riassumere quanto accaduto ieri, 2 Ottobre 2013. Anche perché non è successo davvero nulla. Dopo un semestre il Governo in carica s'è presentato in Parlamento per una verifica della maggioranza ed ha incassato la fiducia. Prassi.
All'apertura dei lavori d'aula in senato ci trovavamo nella situazione che "o cadesse il governo o si spacca il PDL", ed all'uscita il governo era dove l'avevamo lasciato e il PDL tra un borbottio e l'altro, pure.
L'unica notizia della giornata è che è stato fatto il primo credibile passo verso la costituzione di una formazione politica di centro. Un primo passo perché Enrico Letta è un leader autorevole e la rappresentanza parlamentare che lo sostiene ha un peso specifico significativo, e credibile perchè la congiuntura è favorevole e anche l'elettorato sembra spingere in quella direzione.
Eppure si direbbe che si è tornati al punto dove ci trovavamo prima, nel 2008/2009, subito prima che nascessero il PD (2008) e il PDL (2009).
Prima di quel tempo eravamo nell'era del bipolarismo. Due blocchi, centrodestra e centrosinistra ciascuno con delle ali radicali con una rappresentanza parlamentare simbolica o poco più. Il centrodestra era composto da Forza Italia e Alleanza Nazionale, il centrosinistra invece dalla Margherita e dai DS.
Poi siamo entrati nell'era del bipartitismo all'americana o inglese. Pdl da una parte e PD dall'altra come GOP e Democratici in USA o Labour e Tories in UK.
In una nazione governata per quasi mezzo secolo da una straordinariamente eterogenea formazione politica come la DC, composta di correnti che andavano da destra a sinistra, ma assolutamente ne di destra ne di sinistra, ipotizzare il passaggio al bipolarismo sembrava una chimera parchè difficilmente si può realizzare una trasformazione così radicale in così poco tempo. Ancora più audace sembrò poi l'obiettivo del bipartitismo.
Infatti oggi per rappresentare il nuovo ma anche immutato assetto partitico potremmo sintetizzare così: l'AN di ieri è impersonata dai Falchi PDL di oggi, la Forza Italia di ieri dalle Colombe PDL di oggi, la Margherita, dalle Colombe PD ed i DS di ieri da i Falchi PD di oggi.
Qualche nome di partito è cambiato, qualche simbolo pure, i protagonisti no.

Il parlamento immutato

By: Unknown on: 09:13

mercoledì 2 ottobre 2013

di Gianbattista Tagliani @gian2910

Poi ci si chiede da cosa dipenda questa crisi, come la si possa superare. Abbiamo già assistito momento in cui il volume complessivo dei ricavi derivanti da attività finanziarie ha superato quello derivante dall'industria. Ora stiamo assistendo alla cannibalizzazione dell'industria da parte delle istituzioni finanziarie. Gli investimenti industriali infatti oltre che fortemente ridotti sono ormai subordinati al buon esito di quelli finanziari. D'altronde in una fase recessiva in qualche modo si dovranno pure impegnare i capitali, pensano i più, salvo rendersi conto che se tutti investono sui mercati e nessuno nell'industria tra non molto l'evoluzione della razza umana non sarà più solo ferma ma diventerà involuzione.

Moody's ha pubblicato un'analisi in cui si stima che la liquidità di Apple Inc. è arrivata a toccare i 147 miliardi di dollari, il 10% del totale della liquidità di imprese non bancarie/finanziarie degli Stati Uniti.
Non per caso di recente il Wall Street Journal trattando il tema, ha definito Apple la nuova mega istituzione finanziaria globale.
Il rapporto aggiunge che il dato sulla liquidità complessiva dell'industria USA ha registrato una crescita dell'81% dal 2006 (da 820 miliardi di dollari nel 2006 ai 1450 miliardi di dollari di fine 2012) e che Apple ha compiuto un balzo del 9.5% nell'ultimo anno. Per una miglior comprensioni si tenga conto che la liquidità di Microsoft è quasi la metà di quella Apple.
Moody's prevede inoltre che entro l'anno il volume complessivo della spesa del settore industriale per investimenti su capitali, dividendi, acquisto e riacquisto di azioni avrà raggiunto la cifra di 1.700 miliardi di dollari.

Sarebbe interessante e mi impegno a verificarlo, conoscere il dato sugli investimenti strumentali.

La mela dalle uova d'oro

By: Unknown on: 06:12

martedì 1 ottobre 2013

Berlusconi ha inaugurato la nuova moda dello scouting (e lo stanno processando). Bersani l'ha imitato. E ora anche Enrico Letta......
E poi c'è chi dice che in Italia non si investe nella ricerca....

di Gianbattista Tagliani @gian2910

Giovani marmotte

By: Unknown on: 04:43

lunedì 30 settembre 2013

di Gianbattista Tagliani @gian2910

La scelta di Silvio Berlusconi di spingere i "suoi" ministri alle dimissioni dal Governo guidato da Enrico Letta sta generando una complessa reazione a catena.
L'effetto sorpresa è stato pienamente ottenuto. In pochi avrebbero scommesso sulla mossa del Cavaliere. Sembrava potesse essere solo uno spauracchio, una minaccia mirata alla soluzione della propria questione giudiziaria ma nulla più, tenuto conto delle infinite emergenze cui deve far fronte l'Italia contemporanea.
Invece la minaccia è diventata azione.
La reazione a catena è incominciata tra le fila del PDL stesso dove i Ministri si sono dimessi in blocco in segno di lealtà al partito ed al suo leader, ma alcuni di loro oltre che personaggi di primissimo piano nel PDL hanno imposto una riflessione urgente.

Matteo Renzi l'aveva previsto quando nel corso dell'ultima campagna elettorale ha ripetutamente sostenuto che il PD avrebbe dovuto puntare a conquistare una parte dell'elettorato del PDL, la meno berlusconiana, la più moderata.
D'altronde la nascita stessa del PDL era apparsa un po' frettolosa, una risposta di pancia all'affronto di Fini. Era lecito dunque ipotizzare uno scenario come quello che oggi si sta componendo. Renzi ha senz'altro colto nel segno ma la sua intuizione potrebbe rivelarsi un boomerang.
Per il sindaco di Firenze non sarà affatto facile consolidare l'immagine di aggregatore trasversale di consensi se il prossimo 2 Ottobre il parlamento esprimerà una nuova maggioranza.
Enrico Letta infatti, in questi primi mesi di governo, se da una parte ha avuto ed ha, poco spazio di manovra per poter prendere provvedimenti d'impatto, dall'altra ha ottenuto un rilevante ritorno d'immagine sia in Italia che all'estero. Matteo Renzi inizia a non sembrare più l'unica "best option". Enrico Letta ha mostrato capacità di dialogo e di mediazione ben oltre gli standard conosciuti nel recente passato ed ora può tentare l'allungo sul sindaco di Firenze; perché l'attuale esperienza di governo, sommata ai precedenti incarichi a livello nazionale lo hanno trasformato in un "top player" e non più un giovane dalle belle promesse.
Il continuo rinvio del congresso PD e dunque della corsa alla segreteria infine sta logorando non poco Renzi.
Il rischio è che il messaggio dirompente ed innovativo di Matteo Renzi finisca per esser percepito come una litania furbetta, a furia di esser ripetuto, ma senza esser mai verificato.

Ora Matteo Renzi rischia grosso

By: Unknown on: 06:43

sabato 28 settembre 2013

di Gianbattista Tagliani @gian2910

Il 26 Settembre scorso il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato per mano di Ben Quinn un'indiscrezione su un cambio di strategia mediatica del Ministero della Difesa di sua Maestà la Regina.
Il primo passo sarà quello di moderare il profilo cerimoniale del rientro delle salme dei caduti in azione nei vari scenari dove le forze armate inglesi sono coinvolte.
La seconda proposta suona come un'imbeccata dei cugini USA: graduale disimpegno di forze regolari e maggior coinvolgimento di contractors, veicoli privi di insegne e forze speciali.
Un thinktank del Ministero della Difesa infatti avrebbe evidenziato come l'opinione pubblica sia meno turbata in caso di vittime tra i reparti d'elite o tra mercenari.
Le prime reazioni da parte delle famiglie dei caduti sono state piuttosto aspre; Deborah Allbutt, moglie di Stephen caduto sotto fuoco amico, nel 2003 in Iraq ha bollato il new deal mediatico inglese come "nascondere la polvere sotto al tappeto, mortificando chi è pronto a dare la vita per il proprio paese".
Il documento, redatto dal Centro Concetti e Dottrina, definendo gli stadi del piano di riforma della comunicazione della Difesa, "mirato alla riduzione dell'emotività del pubblica per le perdite in operazioni militari, deve inculcare la convinzione che combattere possa comportare sacrifici e perdite e che questi rischi sono assunti consapevolmente e volontariamente come parte del proprio impegno professionale". 
La reticenza dell'opinione pubblica inglese all'ipotesi di un coinvolgimento nel conflitto siriano ha suggerito un'ulteriore accorgimento. Il documento del DCDC infatti sottolinea come le ragioni del coinvolgimento in un conflitto devono "essere diffuse al pubblico in modo chiaro".
Sempre lo studio infatti rileva che forze armate e Governo siano stati ingannati da un presupposto errato secondo cui il pubblico sarebbe diventato "meno propenso al rischio" in seguito alle campagne di Iraq e Afghanistan.
"Storicamente, una volta che si è convinto il pubblico che c'è un interesse alla base del conflitto, questo è più disponibile a sostenere i rischi e ad accettare l'eventualità di vittime come conseguenza dell'uso della forza."
A sostegno di questa tesi sono stati ricordati i dati relativi ad un robusto consenso in altri conflitti del passato come il conflitto delle Falkland e le operazioni in Irlanda del Nord. "Qualora l'opinione pubblica, non sia convinta della valenza, a tutela del proprio benessere, dello sforzo bellico, sarà meno incline ad accettare che feriti o vittime facciano parte del gioco"
Il documento prosegue aggiungendo che "Il pubblico è più informato, così come il nemico ha imparato a sfruttare i nuovi media e dunque convincere il popolo della necessità di accettare i rischi di un conflitto è diventato più difficile e non di meno essenziale".
Leggere di questo rapporto, collocandolo in un contesto più generale di nuovi equilibri geopolitici, non può non indurre una certa inquietudine.
Gli USA la nazione, storicamente più propensa e impegnata in campagne belliche, oggi è in piena fase evolutiva.
Grazie all'autosufficienza energetica, recentemente acquisita, sono in fase di ridefinizione di obiettivi e strategie geopolitiche. Ma soprattutto, per la prima volta nella storia contemporanea, è oggetto di dibattito il ruolo degli USA come supremo custode e promotore della libertà.
Questo sembrerebbe essere il fondamento del forte impulso che l'Amministrazione Obama ha dato all'uso di droni o forze speciali per "eliminazioni chirurgiche" del nemico. Un nemico non più identificabile come espressione di una nazione ma piuttosto una rete di individui accomunati da un'unica missione. 
L'inquietudine citata poco fa nasce dal rilievo che lo spirito che anima questa "rivoluzione comunicazionale" della Difesa somigli molto allo spirito che ha determinato il restyling mediatico delle istituzioni finanziarie uscite malconce dalla crisi del 2008.
Prima della crisi la matematica finanziaria, la scienza preposta all'invenzione di nuove soluzioni d'investimento, si atteneva ai principi della scuola classica. Un modello matematico chiuso (a variabili impreviste) fondato su una sequenza logica di cause ed effetti sostenuta da dati statistici compilativi e previsionali. 
Sono sintesi giornalistiche, non quelle di un esperto di statistica o matematica finanziaria ma sono il frutto di domande e risposte rivolte e condivise con veri sapienti del settore.
La crisi del 2008, oltre agli effetti sull'economia reale ha indotto il sistema finanziario, all'epoca sul banco degli imputati mediatici (ahimè mai su quello di un'aula di tribunale) a rifarsi il trucco. E' iniziata ad emergere una nuova scuola di pensiero matematico finanziario. Una scuola che non ignorava variabili imprevedibili, come la scuola classica, ma che addirittura non le prevedeva soltanto. Si fonda infatti, sull'assunto che eventi imprevedibili (cigni neri), anche fortemente negativi, se considerati con distacco in quanto eventi rari ma statisticamente prevedibili, possono essere letti anche come opportunità.
Un infusione d'ottimismo per le masse. Un'occasione per dar libero sfogo a bramosia ed ingordigia per le elites danarose transnazionali.
La seconda Guerra del Golfo infatti, oltre che una ghiotta occasione, per pochi happy few, di arricchimento smisurato quanto impudico (vedi vicenda appalti Haliburton), è stata anche propulsore e motore di tutta un'era di relativa prosperità e stabilità economica americana.
Quello del Ministero della Difesa Inglese, sarà dunque solo uno degli step di una strategia più complessa secondo cui, non è tanto questione di celebrare il sacrificio dei soldati caduti o di onorarne la memoria, ma piuttosto una tappa del percorso che porterà i popoli ad interpretare un "cigno nero" (come un conflitto od un attacco terroristico) un'opportunità, un impulso positivo mirato ad un obiettivo riconosciuto e condiviso: la crescita del benessere?


Quattordici giorni dopo aver pubblicato questo articolo, sono incappato in quest'altro pezzo sul tema che vi cito per approfondimenti

Il Daily Mail dell'11 Ottobre 2013


















Addolcire le pillole (New link 10/10/13)

By: Unknown on: 13:22

giovedì 26 settembre 2013

di Gianbattista Tagliani  @gian2910

Ho avuto il privilegio di ascoltare le considerazioni, sulle operazioni Telecom, conclusa e Alitalia, in fase di svolgimento, da parte di una voce competente, esperta, colta oltre che personaggio di altissimo profilo in casi analoghi, ma ai tempi della Prima Repubblica.  

Eccole.


Telecom Italia

"Dicono: gli spagnoli hanno comprato Telecom. NO. Telefonica e passata da una posizione di maggioranza relativa ad una posizione di maggioranza assoluta nella scatola Telco, che detiene la maggioranza relativa in Telecom. In altre parole sono sparite le banche nella scatola. L'operazione è tra privati, in una società non quotata e quindi nessuno deve metterci il becco."

Non credo sia necessario ricordare gli interventi, sul tema, di tutta la classe politica. Oltre a chiedere con veemenza che il governo riferisse in aula, leader politici e opinion leader hanno proposto interventi, suggerito correzioni, ipotizzato scenari qualora l'intervento pubblico fosse l'uno o l'altro.

"Un maggiore coinvolgimento di "uno del mestiere" nell'azionariato  non può che essere utile a Telecom nella definizione di strategie e altro. (Fino ad ora che aiuto hanno dato le banche tranne che metterci ottusamente dei soldi?) Poichè più del 70 percento delle azioni Telecom sono sul mercato e quindi presumibilmente nelle mani di azionisti singoli e in gran parte italiani questi non possono che essere contenti di avere, in portafoglio, i titoli di una società che genera ricchezza e non è più una fabbrica di perdite. Dicono: la rete fissa è strategica e va scorporata. A parte che qualcuno poteva pensarci prima ma, chiamiamo le cose con il loro nome: se del caso la RETE FISSA VA COMPERATA (scorporata non vuol dire niente-e solo una modalità) ovviamente con soldi pubblici. Ma tra tutte le cose da fare in Italia e questa una priorità.?? Non credo."

Sarebbe legittimo a questo punto porsi una domanda: se si stanno cedendo ad investitori esteri i nostri asset strategici, come si trasformerebbe il ruolo ed il potere dello Stato Italiano su industria e finanza?

Alitalia 

"Alitalia e una azienda fuori mercato da tempo immemorabile per cento motivi. Alcuni anni fa dopo l'ennesima crisi e ripianamento delle perdite con soldi dello Stato, Berlusconi chiamò 10 industriali di primo livello invitandoli a versare 100mln di euro, ciascuno per un totale di 1mld di euro. I più accorti, apparendo evidente che erano soldi buttati, cercarono di sfilarsi riducendo l'obolo o rifiutandosi proprio di versalo. 
Vi fu qualcuno (tra i minori e meno conosciuti) che invece si fece avanti confidando di entrare, così, nelle grazie del Premier e sperare di ricavarne delle contropartite su altri tavoli. 
A conti fatti (e soldi perduti) o ci sono state delle contropartite occulte , sempre a carico dello Stato, oppure Berlusconi ha tirato un memorabile pacco a tutti questi . In tutti e due i casi è una porcheria.  I PDL dicono che era  una operazione di bandiera. si ma le operazioni di bandiera si fanno quando si possono fare, non quando non si dispone delle risorse necessarie, condizione attuale dello Stato. 
Veniamo a oggi. 
Una azienda in cronica perdita non può essere venduta  ma va regalata probabilmente con cospicua dote. E cosi che finirà. Dato che va regalata almeno si scelga il destinatario giusto. AirFrance non lo è. 
Perché ha molti degli stessi guai che affliggono Alitalia (perdite, 2800 esuberi , etc) e perché non potrà fare altro che utilizzare il mercato italiano come federaggio a Parigi trasformando la compagnia in un vettore regionale di scarsa rilevanza. 
Due zoppi non fanno uno che cammina diritto. 
Diverso sarebbe regalarla con dote a un vettore asiatico sano che voglia entrare nel mercato europeo con un sotto hub a Milano nel cuore dell'Europa.  
La sede di Roma va comunque chiusa perché decentrata e con costi del personale fuori mercato (do you know Easyjet?), ma almeno si creerebbero posti di lavoro a costi competitivi nel nord."

Forse non ci si è rivolti ad un vettore asiatico per la ben nota e diffusa preoccupazione che uno "straniero", che viene da lontano, e non un cugino d'oltralpe, che comunque è uno "straniero", possa sottrarci risorse e potere. 
E' questo il "senso" dell'Unione Europea?

Telecom e Alitalia viste da occhi esperti

By: Unknown on: 13:14

 

Our Team Members

Copyright © appoggio ghyan | Designed by Templateism.com | WPResearcher.com | Blogger Templates